Ogni opera letteraria si costruisce a partire da un’ispirazione (o almeno l’autore lo lascia intendere) che bene o male deve adattarsi a una serie di costrizioni e di procedure, infilate le une dentro le altre come matriosche. Costrizioni del vocabolario e della grammatica, costrizioni delle regole del romanzo (divisione in capitoli, ecc.) o della tragedia classica (regole delle tre unità), costrizioni della versificazione generale, costrizioni delle forme fisse (come nel rondò e nel sonetto), ecc.
Bisogna attenersi alle ricette conosciute e rifiutarsi ostinatamente di immaginare formule nuove? I partigiani dell’immobilismo non esitano a rispondere in modo affermativo. La loro convinzione non poggia tanto su una riflessione e un ragionamento, quanto sulla forza dell’abitudine e sulla serie impressionante di capolavori (e anche, ahimè, di lavori senza capo) ottenuti nel rispetto delle forme e secondo le regole attuali. Proprio questo doveva essere l’argomento degli avversari dell’invenzione del linguaggio, sensibili com’erano alla bellezza dei gridi, all’espressività dei sospiri e alle occhiate furtive (alle quali non si pretende qui che gli innamorati rinuncino).
L’umanità deve dunque riposarsi, paga di metter nuovi pensieri in versi antichi? Non lo crediamo. Ciò che alcuni scrittori hanno introdotto nella loro maniera con talento (o anche con genio), ma occasionalmente gli uni (forgiatura di parole nuove), per predilezione altri (controrime), e altri ancora con insistenza ma in una direzione soltanto (lettrismo), l’Opificio di Letteratura Potenziale (OpLePo) si propone di farlo sistematicamente e scientificamente, ricorrendo, se necessario, ai buoni uffici delle macchine per il trattamento delle informazioni.
da La LePo (Il primo Manifesto)
in AA.VV. 2020. La letteratura potenziale. Biblioteca Clueb. (I ed. 1973)
A cura di Ruggero Campagnoli e Yves Hersant
Per approfondire: Podcast Le Ripetizioni – Ohibò, L’OuLiPo

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