Il villaggio degli usignoli

Anonimo 4 min di lettura
Il villaggio degli usignoli

Tanto tempo fa, ai piedi di un monte, viveva un giovane taglialegna. Un giorno salì in montagna e, in un bosco che sorgeva al centro di una vasta distesa d’erba, trovò un maestoso palazzo che mai aveva visto prima. Il taglialegna si guadagnava da vivere tagliando alberi nella zona, ma di una dimora come quella non sapeva nulla, e non ne aveva neppure mai sentito parlare. Preso da curiosità, si avvicinò pian pianino. Il profondo silenzio poco si confaceva alla grandiosa struttura del palazzo e non si vedeva l’ombra di anima viva. Solo, in fondo, in un vasto giardino quasi immerso nella foschia, tanti fiori erano in boccio e si udivano cantare gli uccelli.
Il taglialegna si affacciò all’ingresso della dimora. Ne uscì una donna bellissima che gli domandò:
– Che cosa siete venuto a fare?
– Oggi è una giornata così bella da attirarmi fin qui, – le rispose il giovane. La donna osservò con attenzione il suo volto e, resasi conto che si trattava di una persona onesta, disse:
– Siete giunto proprio al momento giusto. Ho un favore da chiedervi.
– Cosa vorreste chiedermi?
– È solo che, data la bella giornata, anch’io vorrei andare in città. Potreste custodire la casa nel frattempo?
Il taglialegna accettò subito:
– È una cosa da niente.
La donna aggiunse:
– Bene, però in mia assenza non dovrete guardare nelle stanze attigue.
L’uomo promise e la donna uscì serena.
Il taglialegna rimase solo. Non riusciva però a trattenere la sua curiosità per le stanze che la donna gli aveva proibito di guardare. Alla fine venne meno alla promessa fatta, fece scorrere i fusuma e guardò nella sala attigua. Vi trovò tre graziose fanciulle che facevano pulizia. Appena lo videro, le tre ragazze si nascosero come uccellini in volo. Il taglialegna rifletté sulla stranezza della cosa, poi provò ad aprire la seconda stanza. Qui c’era un bollitore per il tè dove l’acqua bolliva gorgogliando sopra un braciere di bronzo e intorno spirava una leggera brezza profumata. C’era anche un paravento d’oro cinese, ma non si vedeva nessuno. Aprì la terza stanza: c’erano molti archi e frecce e armature allineate. La quarta sala era una stalla e dentro vi era un robusto cavallo scalpitante, dal manto lustro e scuro, con una sella rilucente d’oro e redini di broccato damascato, la criniera al vento come i filari di cipressi battuti dalla tempesta sulle vette del Miyama. Nella quinta stanza erano esposti vasellame di lacca cinabro e piatti di Nanchino. Nella sesta stanza l’uomo trovò un mestolo d’oro poggiato in un secchio di platino. Da un secchio d’oro gocciolava sakè che andava a riempire sette giare sottostanti. Il taglialegna, non potendo resistere al profumo del sakè, ne bevve dal mestolo d’oro e si ubriacò sentendosi al settimo cielo.
La settima stanza era una grande sala di colore blu, dove aleggiava un profumo di fiori. In essa vi era un nido di uccellini. Nel nido c’erano tre piccole uova. Senza pensarci, il taglialegna ne prese uno, ma per sbaglio lo lasciò cadere e l’uovo si ruppe. Ne uscì un uccellino che volò via pigolando. L’uomo lasciò cadere anche il secondo e il terzo uovo e anche questa volta uscirono due uccellini che volarono via pigolando. Il taglialegna rimase attonito lì in piedi.
In quel momento tornò la donna. Guardandolo in volto, scoppiò in un pianto disperato:
– Non c’è nessuno più inaffidabile degli esseri umani! Avete infranto la promessa e avete ucciso le mie tre figlie! Oh, che dolore, che dolore… – e, trasformandosi a sua volta in un usignolo, la donna volò via piangendo.
Il taglialegna la seguì con lo sguardo. Poi, messa da parte l’accetta che portava al fianco, raddrizzò le spalle. Solo allora si rese conto che il maestoso palazzo era scomparso e che si trovava solo e attonito in un campo di graminacee.

[Iwate, Kamihei.]

da AA.VV. Fiabe Giapponesi. 2021. Einaudi
Trad. di Virginia Sica, Maria Gioia Vienna, Matilde Mastrangelo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *